Amelia Peabody e il segreto del sarcofago by Elizabeth Peters

Amelia Peabody e il segreto del sarcofago by Elizabeth Peters

autore:Elizabeth Peters [Peters, Elizabeth]
La lingua: ita
Format: epub
pubblicato: 2011-12-15T07:51:36+00:00


8

Le dimostrazioni di affetto coniugale di Emerson sono così tempestose che di regola ci addormentiamo stremati subito dopo che si sono concluse.

In quest’occasione, tuttavia, mi ritrovai inspiegabilmente sveglia molto do-po che il placido respiro del mio sposo testimoniò la profondità del suo sonno. La luce delle stelle filtrava nella camera attraverso la finestra aperta, e la fresca brezza della notte mi accarezzava il volto. In lontananza, nel silenzio, il grido solitario dello sciacallo si alzò come il lamento di uno spirito che non trovava pace.

Ma… all’improvviso… più vicino, ma non per questo più forte… un altro suono! Mi sollevai, allontanandomi i capelli dal volto. Lo sentii di nuovo: un fruscio, un tonfo appena percettibile, e poi… Oh, Signore!… una caco-fonia di grida che non sembravano neppure umane nella loro intensità.

Non erano umane. Erano i lamenti del cucciolo di leone.

Balzai dal letto. Nonostante la mia agitazione, una sensazione di trionfo mi pervadeva. Per una volta, quell’imprevisto notturno mi aveva colta sveglia e pronta all’azione: per una volta, nessuna maledetta zanzariera interferì con la mia pronta reazione al richiamo del pericolo. Afferrai il parasole e corsi alla porta. Emerson si era svegliato e stava imprecando. «I pantaloni, Emerson» gli gridai. «Non dimenticare i pantaloni.»

Dal momento che vi era un solo leone nelle vicinanze, non fu difficile capire da dove provenissero i ruggiti. La camera di Ramses era accanto al-la nostra. Decisi che non era il caso di perdere tempo a bussare.

La stanza era al buio. La luce proveniente dalla finestra veniva oscurata da una forma che si stava contorcendo e che riempiva l’intera apertura.

Senza por tempo in mezzo, cominciai a colpire con il mio parasole. Purtroppo, i colpi cadevano sull’estremità sbagliata dell’intruso, la cui testa e le spalle erano già fuori della finestra. Stimolato, senza dubbio, dai colpi, lo sconosciuto raddoppiò i suoi sforzi e si diede alla fuga. Lo avrei seguito, ma in quel momento un dolore lancinante mi trafisse la caviglia sinistra e persi l’equilibrio, cadendo pesantemente sul pavimento.

Tutta la casa si era svegliata. Urla e grida di allarme provenivano da tutte le direzioni. Emerson fu il primo ad arrivare sulla scena. Buttandosi a capofitto nella stanza, inciampò nel mio corpo disteso a terra e cadde su di me, lasciandomi senza fiato.

Subito dopo apparve John, con una lampada in una mano e un robusto bastone nell’altra. Il leoncino continuava a tenere la mia caviglia tra le fau-ci. Credo che mi avesse riconosciuto, dopo il primo attacco impulsivo, e ormai stava semplicemente giocando, ma i suoi dentini erano estremamente aguzzi.

Emerson riuscì a rimettersi in piedi. «Ramses!» gridò. «Ramses, dove sei?»

Mi colpì solo in quel momento il fatto che non avevo sentito la sua voce, il che era davvero insolito. Il suo letto era un cumulo di coperte ammucchiate, ma il bambino non si vedeva.

«Ra-a-amses!» gridò Emerson, con il volto color porpora.

«Sono sotto il letto» rispose una voce soffocata.

Era davvero così. Emerson lo tirò fuori e srotolò il lenzuolo in cui era stato avvolto così strettamente che sembrava una camicia di forza. Mormo-randogli parole affettuose, si strinse il bambino al petto.



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